Archivio per ottobre 2011

I “muscoli super-veloci”

Correva l’anno 1794 quando Lazzaro Spallanzani, dopo aver condotto una serie di esperimenti sull’orientamento notturno nei pipistrelli (ahimè accecati), propone il sospetto che questi mammiferi fossero dotati di un “nuovo senso”. Quella prima intuizione suscita grande curiosità nella comunità scientifica e apre la strada a nuove ricerche che, tassello dopo tassello, descrivono il fenomeno dell’ecolocalizzazione, proprietà che consente alla maggior parte dei pipistrelli, ed altri vertebrati, di emettere suoni ed ottenere una rappresentazione accurata dell’ambiente circostante tramite la percezione degli echi di ritorno dopo essere rimbalzati su oggetti. Un pipistrello durante l’ecolocalizzazione è in grado di emettere più di 160 suoni al secondo. Il meccanismo che consente di produrre suoni a una tal elevata frequenza era sconosciuto fino a qualche mese fa, quando un gruppo di ricercatori scopre con un elegante esperimento che è tutto merito di muscoli speciali situati nella laringe, detti “muscoli super-veloci” (Elemans et al 2011). Sebbene già descritti in altri vertebrati (serpenti a sonagli, alcuni uccelli e pesci), è la prima volta che i “muscoli super-veloci” sono stati individuati in un mammifero. Questi muscoli sono apparentemente rari nei vertebrati, mostrano particolari adattamenti nell’architettura contrattile di base (Rome 2006) e sono sempre stati associati a speciali esigenze motorie nella comunicazione acustica. Infine, i ricercatori artefici della scoperta si interrogano anche sulle cause ultime ed i vantaggi evolutivi di questa “costosa caratteristica” nei pipistrelli. Propongono che lo sviluppo dei muscoli super-veloci, insieme alla capacità di volare, sia stato un passaggio evolutivo cruciale per i pipistrelli, consentendo di migliorare il successo di predazione nell’oscurità’ totale e di conquistare una nicchia ecologica mai sfruttata in precedenza.

Valeria Marasco

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1 commento

La natura a volte …

Sappiamo che il giudizio su uno studio o su una analisi è meglio lasciarlo ai tempi lunghi. L’ortodossia non ama le alternative, e il pubblico non sempre può capire dettagli e sfumature delle necessità analitiche e epistemologiche. Se ci mettiamo poi gli imprevisti delle applicazioni e delle conseguenze teoriche, spesso lenti nel venire, dobbiamo riconoscere che ci vuole cautela nel giudicare troppo alla svelta i risultati di una ricerca. Però come diceva Totó, “ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera”. Siamo alla ventunesima edizione dei Premi IgNobel, assegnati con tutti i crismi alle ricerche più inutili pubblicate all’ombra della scienza. La zoologia si becca un titolo d’eccezione, con un lavoro inebriante che finalmente dimostra che le tartarughe dai piedi rossi non si contagiano lo sbadiglio. Ora, anche se sembra strano, l’induzione allo sbadiglio può nascondere dettagli più che interessanti sul funzionamento dei sistemi cognitivi, cortocircuitando l’osservazione e la pratica e fornendo una interfaccia sperimentale a questioni neurobiologiche importanti come quelle associate per esempio ai neuroni specchio. Certo, da qui a montare un circo con un geochelone che ti guarda annoiato e (probabilmente) scettico,  forse ce ne passa. Dal punto di vista giornalistico l’attrattivo lo fa l’esperimento stesso, quasi in zona Has Fidanken. Ma anche sui dettagli teorici, ci si chiede se sia utile indagare certi meccanismi neurali come questi in una tartaruga, che ha una sua storia biologica e evolutiva abbastanza isolata e indipendente. L’articolo s’è anche meritato la copertina della rivista. Sarà contento l’Austrian Science Fund, che ha pagato questi risultati in euro. Però, come detto al principio, meglio lasciare ai posteri l’ardua sentenza. Non è comunque finita qui: un secondo premio è andato a una ricerca australiana su sesso e alcol: c’è il maschio di un buprestide che ogni tanto si disorienta, e fa il romantico con le bottiglie di birra.

Emiliano Bruner

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