Archivio per la categoria Primati

La faccia come il …

Voltarsi indietro quando si incontra qualcuno attrattivo, magari con una rapida occhiata alla silhouette, è un gesto celebre da strada. Il riconoscimento individuale e sessuale si compone di fattori anatomici e comportamentali, che si integrano con valutazioni estetiche ancora tutte da capire. Adesso, se il tema ha il suo interesse sociale e evolutivo, un’occhiata troppo esplicita ai bassifondi può costare cara. A Frans de Waal, referenza internazionale dell’etologia, è costata un premio ignobile. Ebbene si, dopo lo sbadiglio delle tartarughe dell’anno passato, hanno assegnato ancora una volta i premi Ig-Nobel, alle ricerche meno convincenti. Il noto etologo si è portato a casa quello sull’anatomia, per una pubblicazione sul riconoscimento individuale tra gli scimpanzé basato su immagini dei genitali. Il titolo dell’articolo “Faces and behinds” non aiuta a dare credito al lavoro, ma ancora una volta bisogna ricordare che spesso non è facile capire il valore di uno studio fuori dal contesto. Nel lavoro si dimostra che gli scimpanzé possono riconoscere altri individui associando il loro volto alle parti sessuali, e per di più solo guardando una foto. Non è poco, anche se bisogna dire che visto dall’esterno (in questo caso dal di dietro) la costruzione del “paradigma” fa sicuramente sorridere. Pare che in alcuni casi, in particolare tra gli esemplari maschi, vedendo la foto qualcuno abbia addirittura fischiato …

Emiliano Bruner

, ,

3 commenti

Stress sociale

Nelle specie sociali, le interazioni agonistiche con gli altri membri del gruppo rappresentano uno dei principali fattori stressanti (si veda il post precedente “Ormoni fecali” per una definizione di stress). Dato che lo stress prolungato riduce la fitness, numerosi studi hanno esaminato l’effetto della competizione intrasessuale (direttamente legata alla fitness individuale) sui livelli di glucocorticoidi, ormoni che vengono rilasciati in circolo durante le situazioni stressanti e che costituiscono una buona misura dello stress individuale. In generale ci si aspettava che, nelle specie ad organizzazione gerarchica, gli individui subordinati (cioè quelli che perdono la maggior parte dei conflitti) fossero più stressati dei dominanti, ma è emerso un pattern assai più complesso e poco consistente attraverso specie diverse (Goymann & Wingfield 2004). Ad esempio, è risultato che nelle specie di carnivori in cui la riproduzione dei subordinati è totalmente soppressa o molto ridotta (cooperative breeders come mangusta nana, lupo, licaone ecc.), sorprendentemente, sono gli individui dominanti quelli che presentano i livelli più elevati di glucocorticoidi (Creel 2001; Sands & Creel 2004)! Invece, in specie in cui il rango sociale non viene acquisito attraverso lotte frequenti, come nei maschi di iena maculata (Crocuta crocuta), non si trova alcuna relazione tra gerarchia e livelli di glucocorticoidi (Goymann et al. 2003). In realtà, anche nelle specie in cui gli individui subordinati sono vittime di frequenti attacchi e quindi sono più stressati dei dominanti, come nei babbuini (Papio hamadryas), lo stress non sembra essere una semplice funzione del rango sociale (Sapolsky & Ray 1989). Piuttosto, sembra che sia la capacità di alcuni individui di controllare e prevedere i conflitti (Ray & Sapolsky 1992) e soprattutto di ottenere supporto sociale dai compagni di gruppo (Abbott et al. 2003) a ridurre lo stress. In particolare il supporto sociale ricevuto, inteso come insieme delle interazioni sociali amichevoli con i membri del gruppo, favorisce il rilascio di ossitocina, un ormone che in diverse specie sembra deprimere l’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, e quindi la secrezione di glucocortocoidi (DeVries et al. 2003; Taylor 2006). Un aspetto ancora relativamente poco studiato è quello dello stress causato dai conflitti sessuali. Ad esempio, restando al caso dei babbuini, si è visto che l’immigrazione di un nuovo maschio dominante, potenzialmente infanticida, in un gruppo provoca un aumento sostanziale dei livelli di glucocorticoidi nelle femmine che hanno piccoli da allattare (esposti alla minaccia dell’infanticidio), ma non in femmine che si trovano in altri stati riproduttivi (Engh et al. 2006). E’ evidente come l’infanticidio possa ridurre in modo considerevole la fitness delle femmine di babbuino, e infatti tale risultato è compatibile con l’ipotesi che gli eventi più stressanti per gli individui siano quelli più direttamente legati alla loro fitness (Bergman net al. 2005). Anche qui però il supporto sociale viene in aiuto: i ricercatori hanno scoperto infatti che le femmine con piccoli dipendenti che hanno un protettore maschio come “amico” non sperimentano lo stesso incremento nei livelli di ormoni dello stress (Beehner et al. 2005; Engh et al. 2006). Sempre parlando di conflitti sessuali, studi futuri potrebbero esaminare lo stress potenzialmente causato dai rifiuti sessuali della femmine in specie in cui i maschi sono ad esse subordinati.

 

Roberto Bonanni

 

, , ,

1 commento

Uguali, diversi

Sebbene la paleontologia possa contare su una rappresentatività sistematica nella migliore delle ipotesi esigua e frammentata, impossibile astenerci dalla tentazione di partorire continuamente filogenesi. E’ come una necessità primaria, un bisogno mentale. Per i Primati una stima propose che conosciamo (e a livello per giunta solo di singoli individui) qualcosa come l’1% delle specie realmente esistite, valore che sconsiglierebbe di esibirsi in ipotesi altamente parziali. La situazione peggiora se si considerano le influenze di fattori come l’omoplasia (parallelismi) e la plesiomorfia (caratteri comuni perchè arcaici), che possono rendere quell’1% illeggibile. Evidentemente un tema mediaticamente caldo in questo senso è rappresentato dalla filogenesi delle scimmie antropomorfe, noi inclusi. Se lasciamo fuori gli studi prettamente descrittivi e discorsivi (che in paleoantropologia spesso rappresentano una grande fetta della produzione culturale) restano comunque tracce di seri problemi negli approcci analitici. Lo scimpanzè viene costantemente preso come “modello primitivo”, dimenticando che in questi cinque e passa milioni di anni tanto siamo cambiati noi quanto forse è cambiato lui (probabilmente gli scimpanzè pensano che il nostro condiviso antenato comune fosse identico a Homo sapiens …). Le tassonomie si fanno sempre più inclusive, per una tendenza al “volemose bene” che ci vuole tutti fratelli e tutti uguali, rendendo inutile lo “strumento tassonomia” e dimenticando il vero valore della diversità (uno slogan femminista diceva negli anni settanta: “Uguaglianza come diritto, diversità come valore” … bellissimo ….). Se continua così anche i lemuri saranno un giorno ominidi. Ma soprattutto interessante notare un dettaglio epistemologico: la relazione tra morfologia e genetica. Già da tempo si è tutti d’accordo nel riconoscere l’assenza di una relazione lineare tra differenze morfologiche e distanze filogenetiche. Alcune forme cambiano rapidamente, altre no. Alcune forme cambiano omogeneamente, altre no. Dopo un secolo di leggerezze in questo senso, che associavano automaticamente il più differente col più lontano, adesso la morfologia ha raggiunto una maturità che, grazie anche agli errori del passato, utilizza più cautele e soprattutto strumenti concettuali più raffinati (integrazione morfologica, morfologia funzionale etc.). E mentre tutti sono impegnati a riconoscere i difetti di quella associazione troppo semplicistica e riduttiva … l’intera comunità scientifica fa allo stesso tempo gli stessi identici errori con le discipline molecolari. Assumendo che geni e molecole cambino per tutte le specie omogeneamente e gradualmente, più uguale viene assunto senza discussione come più vicino. Ma magari non è così.

“L’uomo è l’unico animale che inciampa due volte nella stessa pietra”

Emiliano Bruner

,

1 commento

Primitivori

Ormai negli scanner tomografici e microtomografici ci si cucina di tutto e, come successe per i forni a microonde, da novità rivoluzionaria stanno fortunatamente diventando elettrodomestici da laboratorio. La vera rivoluzione tecnologica non si ha quando si introduce un nuovo strumento, ma quando questo strumento diventa comune. Stavolta tocca ai primati più antichi, i primati meno primati di tutti, mammiferi eocenici in piena sperimentazione evolutiva, un vero circo darwiniano dove insettivori, primati, roditori, tupaie, e dermotteri si rubano le idee a vicenda confondendo il povero paleontologo in una rete di parallelismi e plesiomorfie spesso impossibili da ordinare nell’avarizia crudele del registro fossile. Microsyops annectens è un plesiadapiforme nordamericano di questa carovana di proto-archeo-pre-qualcosa, recentemente cotto a fuoco lento in una macchina tomografica a 0.05 mm di risoluzione, che ne ha restituito il colorato calco endocranico. Sei centimetri cubici scarsi di sistema nervoso centrale che si giocavano le loro carte evolutive circa 50 milioni di anni fa. Come spesso accade nella storia naturale dei primati, c’è quel gradualismo di fondo che non aiuta la percezione, piazzando “forme intermedie” contemporaneamente a quelle arcaiche da cui suppostamente derivano e a quelle più evolute che suppostamente avrebbero dovuto generare. Gradualismo morfologico, ma filogenesi a mosaico. Microsyops ha il senso dell’olfatto meno sviluppato degli insettivori, ma più sviluppato dei primati (“insettivoro progressivo” o “primate ritardato”?). E i lobi temporali, forse associati alla rivoluzione “visiva” dei primati successivi, non sono poi così sviluppati. Anche il quoziente di encefalizzazione è (come da programma) intermedio. Le dimensioni minime non aiutano l’anatomia dei solchi cerebrali, che sotto i 5 grammi di cervello non hanno bisogno nemmeno di farsi notare. Forse onnivoro, e forse non troppo notturno, anche in questioni di “nicchia” non si schiera troppo e rimane nel limbo degli esseri “in odor di divenire”. Tutto questo dentro di un dibattito antico che vuole considerare se l’aumento relativo delle dimensioni cerebrali (encefalizzazione) sia stata una caratteristica dell’Ordine dei Primati sin dal suo inizio filetico o se al contrario sia stato un investimento successivo. Perché se la natura spesso non fa salti, la tassonomia per necessità li deve poter comunque formalizzare, essendo basata su gerarchie discrete. Forse allora vale la pena pensare all’uovo e alla sua gallina: tassonomia per la biologia o biologia per la tassonomia? Se vale il taglio filogenetico dobbiamo decidere quasi convenzionalmente un confine netto cronologico e geografico, e adattare l’interpretazione evoluzionistica di conseguenza. Se vale il taglio biologico, decido dove inizia e finisce un taxon in funzione di dove inziano e finiscono le sue caratteristiche peculiari. Ovvero, nel primo caso se decido a priori che i Primati iniziano 70 milioni di anni fa poi devo adattare le mie teorie genericamente generiche a tutti coloro che entrano nella mischia. Al contrario, se decido a priori che i Primati sono mammiferi tendenzialmente diurni e encefalizzati posso permettermi il lusso di limitare l’analisi solo a chi entra in quel modello adattativo. Ovviamente Microsyops non sapeva di essere un “plesiadapide eocenico nordamericano”, ma si che sapeva come cercarsi cibo, compagnia, e riparo, con le sue qualità funzionali anatomiche e fisiologiche.

Emiliano Bruner

, ,

Lascia un commento

Morte lenta

The Prancing Papio introduce questa settimana un tema abbastanza particolare: il morso velenoso delle proscimmie. Veleno e tossicità in rettili e anfibi sono argomento fruttuoso, in termini di dibattito evoluzionistico e di interazioni biochimico-fisiologico nella loro produzione come nel loro effetto. Ma che tra i Primati ci fossero specie “velenose” è sicuramente un tema trascurato, e di certo poco discusso nell’intorno accademico e bibliografico. Con sottili (discutibili ma interessanti) differenze tra i termini “venomous” e “poisonous”, il caso studio dei lori (Nycticebus, sudest asiatico) è abbastanza peculiare, e se vogliamo borderline nella casistica delle specie “velenose”. Le loro ghiandole brachiali producono tossine e composti allergenici, che una volta passati nella bocca (e qui forse la situazione peggiora con il contributo microbiotico della saliva) per toeletta giornaliera possono essere inoculati dopo un morso dell’animale, che è tranquillo e pacioso ma se gli prendono i cinque minuti sfoggia per l’occasione denti acuminati e perforanti. Si racconta spesso dei problemi di estinzione di queste specie, anche in funzione della loro facile “raccolta”: cacciare un Nycticebus sembrerebbe facile come cogliere un frutto da un albero. Ma allo stesso tempo i curatori zoologici hanno norme abbastanza sincere e accorte sulla manipolazione degli individui. Di fatto, seguono molti casi di shock anafilattico per morso di lori e arriviamo anche a qualche decesso. E’ chiara la situazione borderline.  Si può considerare Nycticebus una specie “velenosa”? E soprattutto, siamo di fronte a un vero “adattamento”, selezionato per un vantaggio di fitness, o a una “spiacevole incompatibilità biochimica” magari risultato secondario di qualche contorto passaggio metabolico? E’ chiaro che nel primo caso (adattamento) il tutto assumerebbe un valore evoluzionistico incredibile, considerando che stiamo parlando di un primate. Resta il dubbio della (più probabile) spiacevole incompatibilità, mancando evidenze riguardo agli effetti del complesso ghiandole/morso in un contesto di predazione reale. Rimane inoltre lo stupore di trovare una caratteristica così particolare allo stesso tempo così poco discussa in ambito primatologico. E’ chiaro che mentre siamo affaccendati tra sistematiche e amministrazioni varie, la biologia di base dei primati può dare ancora molte sorprese.

Emiliano Bruner

,

2 commenti

Tempi e Modi

Evoluzionano le specie, e evoluziona l’evoluzionismo. Spesso confondiamo la filogenesi, evento unico ed accaduto, con le nostre sue interpretazioni, che non sono né uniche né necessariamente certe. Quante volte un cladogramma, risultato numerico di una determinata impostazione analitica, viene spacciato per “albero evolutivo”. La filogenesi è un fatto, per quanto oscuro e ignoto, comunque reale. Un cladogramma è solo una rappresentazione grafica di un algoritmo numerico applicato a una serie di dati. Un albero filogenetico invece è una interpretazione sintetica che vuole approssimare la vera filogenesi alla luce delle conoscenze di un dato momento storico, dei paradigmi evoluzionistici correnti, dei metodi disponibili, e di un pó di buonsenso. E’ bene tenere a mente le distinzioni tra questi tre elementi. Se cambiano le conoscenze, se cambia il paradigma, se cambia il metodo, cambia l’albero, ma la filogenesi (benché probabilmente sconosciuta in molti dettagli) rimane la stessa. Qualcuno si è preso la briga di quantificare questo cambio. JE Tarver e colleghi (Proc. Royal Soc. B 2010) hanno applicato indici statistici alle variazioni tassonomiche degli ultimi due secoli in due gruppi emblematici, dinosauri e primati. Hanno tentato di quantificare il cambio nel dato e nella sua percezione, per vedere quanto singole nuove scoperte possano “rivoluzionare” lo scenario delle ipotesi evoluzionistiche. Interessante il risultato duplice: definizione instabile e in continuo miglioramento per i dinosauri, panorama stabile e senza troppe sorprese per i primati. Si può discutere questo risultato sul piano dei dettagli metodologici la filogenesi proposta, la scelta dei dati, o degli indici), ma importante di questo lavoro è il suo messaggio: una teoria evoluzionsitica può (e deve) essere analizzata e valutata in termini di stabilità e sensatezza scientifica. Se questo è vero in generale, strizziamo l’occhio a discipline quali la paleontologia o la tassonomia, troppo spesso caratterizzate da contesti ampiamente illustrativi e descrittivi che finiscono per generare sparate giornalistiche o accademiche finalizzate ad attrarre un pó di attenzione con notizie tanto superficialmente accattivanti e sensazionalistiche quanto presto dimenticate nel calderone delle conoscenze futili. Almeno per i primati (e soprattutto per le scimmie antropomorfe), “rivoluzioni” nell’interpretazione della loro filogenesi sono inattese, o quantomeno improbabili.

Emiliano Bruner

,

Lascia un commento

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 36 follower