Primitivori

Ormai negli scanner tomografici e microtomografici ci si cucina di tutto e, come successe per i forni a microonde, da novità rivoluzionaria stanno fortunatamente diventando elettrodomestici da laboratorio. La vera rivoluzione tecnologica non si ha quando si introduce un nuovo strumento, ma quando questo strumento diventa comune. Stavolta tocca ai primati più antichi, i primati meno primati di tutti, mammiferi eocenici in piena sperimentazione evolutiva, un vero circo darwiniano dove insettivori, primati, roditori, tupaie, e dermotteri si rubano le idee a vicenda confondendo il povero paleontologo in una rete di parallelismi e plesiomorfie spesso impossibili da ordinare nell’avarizia crudele del registro fossile. Microsyops annectens è un plesiadapiforme nordamericano di questa carovana di proto-archeo-pre-qualcosa, recentemente cotto a fuoco lento in una macchina tomografica a 0.05 mm di risoluzione, che ne ha restituito il colorato calco endocranico. Sei centimetri cubici scarsi di sistema nervoso centrale che si giocavano le loro carte evolutive circa 50 milioni di anni fa. Come spesso accade nella storia naturale dei primati, c’è quel gradualismo di fondo che non aiuta la percezione, piazzando “forme intermedie” contemporaneamente a quelle arcaiche da cui suppostamente derivano e a quelle più evolute che suppostamente avrebbero dovuto generare. Gradualismo morfologico, ma filogenesi a mosaico. Microsyops ha il senso dell’olfatto meno sviluppato degli insettivori, ma più sviluppato dei primati (“insettivoro progressivo” o “primate ritardato”?). E i lobi temporali, forse associati alla rivoluzione “visiva” dei primati successivi, non sono poi così sviluppati. Anche il quoziente di encefalizzazione è (come da programma) intermedio. Le dimensioni minime non aiutano l’anatomia dei solchi cerebrali, che sotto i 5 grammi di cervello non hanno bisogno nemmeno di farsi notare. Forse onnivoro, e forse non troppo notturno, anche in questioni di “nicchia” non si schiera troppo e rimane nel limbo degli esseri “in odor di divenire”. Tutto questo dentro di un dibattito antico che vuole considerare se l’aumento relativo delle dimensioni cerebrali (encefalizzazione) sia stata una caratteristica dell’Ordine dei Primati sin dal suo inizio filetico o se al contrario sia stato un investimento successivo. Perché se la natura spesso non fa salti, la tassonomia per necessità li deve poter comunque formalizzare, essendo basata su gerarchie discrete. Forse allora vale la pena pensare all’uovo e alla sua gallina: tassonomia per la biologia o biologia per la tassonomia? Se vale il taglio filogenetico dobbiamo decidere quasi convenzionalmente un confine netto cronologico e geografico, e adattare l’interpretazione evoluzionistica di conseguenza. Se vale il taglio biologico, decido dove inizia e finisce un taxon in funzione di dove inziano e finiscono le sue caratteristiche peculiari. Ovvero, nel primo caso se decido a priori che i Primati iniziano 70 milioni di anni fa poi devo adattare le mie teorie genericamente generiche a tutti coloro che entrano nella mischia. Al contrario, se decido a priori che i Primati sono mammiferi tendenzialmente diurni e encefalizzati posso permettermi il lusso di limitare l’analisi solo a chi entra in quel modello adattativo. Ovviamente Microsyops non sapeva di essere un “plesiadapide eocenico nordamericano”, ma si che sapeva come cercarsi cibo, compagnia, e riparo, con le sue qualità funzionali anatomiche e fisiologiche.

Emiliano Bruner

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