Epigenesiologia

Ovvero, un rapido approfondimento su un termine tanto importante quanto indefinito e a rischio di svalutazione. Nella storia della biologia “epigenesi” si riferisce ad una teoria embriologica che, al contrario di quella preformista, proponeva lo sviluppo degli elementi anatomici da una condizione originaria indifferenziata, che gradualmente portava all’espressione del fenotipo e alla formazione dei caratteri. Tutto questo molto prima che la parola “genetica” arrivasse ad avere il suo significato attuale. Successivamente all’utilizzo del termine in queste prime teorie embriologiche, l’anatomia si impegna con qualcosa di più pragmatico. In morfologia i caratteri epigenetici sono caratteri anatomici discreti (presenti in alcuni individui in grado variabile, totalmente assenti in altri), probabilmente risultato dell’integrazione strutturale tra le componenti ossee o muscolo-scheletriche, o di una influenza ambientale non meglio identificabile. In genere nel cranio sono caratteri che indicano durante la morfogenesi un eccesso o un difetto di ossificazione (come la presenza di ossicini soprannumerari o alterazioni degli schemi di chiusura e fusione delle suture) o che sono correlati alla presenza di passaggi venosi e arteriosi. Sono indicatori strutturali degli schemi della morfogenesi, anche e soprattutto utilizzati per studiare le dinamiche popolazionistiche in quanto suppostamente ereditari. Si, di qui la prima anomalia: i caratteri epigenetici si utilizzano come marcatori genetici. Di fatto la loro espressione si suppone essere il risultato di una certa “predisposizione” che l’ambiente (esterno o interno) induce a manifestare. La loro incidenza discontinua ma allo stesso tempo la loro espressione spesso variabile nel grado introducono non pochi problemi al morfometrista in cerca di modelli numerici quantitativi. La prevalenza, in molti casi estremamente bassa, crea ulteriori problemi statistici nel gestire le numerosità campionarie. Infine arriva anche la biologia molecolare che decide con la nuova epigenetica di riutilizzare il termine, così come gli viene, senza troppi problemi, e senza verificare possibili coincidenze terminologiche. Il boom epigenetico degli ultimi anni, una vera e propria moda dei salotti di avanguardia, un must del biologo molecolare moderno, si riferisce a cambiamenti del genoma (metilazioni, acetilazioni, ecc.) che senza alterare direttamente le sequenze geniche possono però indurre differenze fenotipiche nell’organismo e nella discendenza. Esternamente alle questioni biologiche, mettiamoci anche che i geologi usano il termine epigenesi per parlare di determinate sequenze nella morfologia delle componenti del paesaggio. Insomma, da un lato abbiamo forse una difficoltà terminologia intrinseca della parola stessa: epi-genetica, al di sopra della genetica, “oltre” la genetica, evidentemente può voler dire tutto o nulla. Dall’altro abbiamo un utilizzo un po’ selvaggio del termine da parte delle varie discipline, che senza troppa coordinazione lo usano per riferirsi a processi e caratteri molto diversi. Già nell’accezione anatomica ci sono molte contraddizioni che rivelano le scarse conoscenze della biologia sottostante.  Aggiungendo poi l’attuale riduzionismo integralista e le sue cabale molecolari, epigenetica suona sempre di più come un cassetto dove mettere i conti che non tornano. E all’uopo chissà in alcuni casi anche come una supercazzola prematurata per cercare fondi.

Emiliano Bruner

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