Una luce nell’ambra

Le tecniche tomografiche digitali hanno incredibilmente aumentato la risoluzione e la velocità delle analisi morfologiche, con risultati inverosimili ma soprattutto con tempi relativamente brevissimi sulla scala del progresso tecnologico. Questa esplosione metodologica nell’ambito delle discipline anatomiche ha due facce: se da un lato infatti tutto questo permette di esplorare idee e possibilità del tutto nuove, al tempo stesso permette anche di rivedere e rivalutare quelle vecchie. Da quando queste tecniche sono entrate a far parte del kit casalingo del laboratorio di morfologia, mentre molte persone sono indaffarate a lanciarsi oltre i nuovi confini molte altre si sono fermate a guardarsi indietro, per utilizzare queste nuove potenzialità non solo come spinta verso il futuro ma come strumento per capire meglio il passato. I cassettoni dei musei sono pieni zeppi di esemplari e collezioni che, a causa delle più disparate cause storiche e strutturali, non hanno ricevuto le dovute attenzioni. I fossili e le collezioni paleontologiche sono un caso lampante (per via della matrice geologica che spesso impedisce l’analisi dei reperti), ma ci sono situazioni più sottili. L’ambra è uno scrigno biologico e morfologico, ma a volte leggere in questa palla di vetro può non risultare semplice, e il passato può restare offuscato dall’ossidazione della resina che la rende oscura e opaca. Dove finisce il fascino ambrato del riflesso di un antico pino, arriva un raggio più potente di un fascio microtomografico. E un ragno eocenico intrappolato da 50 milioni di anni si libera dal suo sarcofago dorato, almeno sotto forma di pixels. Il prosoma si ricostruisce con una risoluzione di undici micron, zampe e cheliceri con una risoluzione di quattro. Il ragno cacciatore salta fuori da un cassetto nel quale era stato relegato un secolo e mezzo prima per la sua scarsa collaborazione sul piano dell’analisi morfologica. E con lui salta fuori la sua storia, fatta (come sempre) di bigliettini persi tra le collezioni, tracce e appunti anonimi, e segni di precedenti tentativi museali non troppo riusciti. L’ambra sembra reggere bene alla radiazione, c’era il pericolo che si cuocesse restituendo l’aracnide in formato di arrosticino … Di fatto restano dubbi e cautele che sono pure leciti, e in molti musei questi esperimenti sono ad oggi  vietati sugli olotipi (che in questo caso e con un pó di confusione sembrerebbe essere rappresentato … da un esuvia!). Insomma, metodo, anatomia, museologia, in questa storia ci sono molti spunti, e tutto è bene quel che finisce bene: nel 1854 due zoologi si erano cimentati con una lampada in controluce, e avevano abbozzato l’ipotesi che di Sparasside si trattasse. Lo confermiamo con serenità (e con molti più dettagli) alla luce dei raggi X a contrasto di fase.

Emiliano Bruner

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