Cooperazione animale

Quando un gruppo di carnivori sociali coopera nella cattura di un ungulato diversi individui spendono energie considerevoli nell’inseguimento e corrono il rischio di essere feriti, ma poi anche i membri del gruppo che non hanno partecipato alla cattura possono nutrirsi della preda abbattuta. Quindi, da un punto di vista evolutivo è interessante comprendere i meccanismi che favoriscono l’emergere della cooperazione nelle società animali nonostante l’apparente vantaggio in termini di fitness che deriverebbe dallo sfruttamento della cooperazione altrui. I modelli teorici suggeriscono che i cooperatori possono ottenere una fitness individuale maggiore dei non-cooperatori quando i beneficiari degli atti cooperativi sono i loro parenti stretti (selezione di parentela), oppure quando ricambiano il supporto ricevuto (reciprocità), oppure semplicemente quando la collaborazione di tutti è così necessaria che defezionare non ripaga (mutualismo). Gli studi empirici tuttavia mostrano diversi esempi di cooperazione animale che non vengono spiegati facilmente dai meccanismi proposti (es. Clutton-Brock 2002), tanto che diversi studiosi stanno ripensando alla selezione di gruppo come possibile spiegazione dell’evoluzione della cooperazione (non tanto perché questa sia supportata da risultati empirici ma perché le ipotesi alternative “funzionano” solo fino ad un certo punto!). La mia opinione personale è che la ricerca su questo argomento beneficerebbe innanzitutto da una maggiore attenzione verso i risultati degli studi empirici. Questi ultimi in particolare mostrano come nei gruppi sociali si riscontrino spesso consistenti differenze individuali nella propensione a cooperare per il “bene comune” (cioè ci sono individui che cooperano spesso, altri che cooperano raramente e diversi tipi intermedi, si veda un esempio sulla territorialità di gruppo nelle leonesse, Heinsohn & Packer 1995). Questo farebbe pensare ad una coesistenza tra diverse strategie cooperative e non-cooperative mantenute da una selezione dipendente da frequenza, più che ad un consistente vantaggio selettivo di una strategia sull’altra. Cosa ancor più importante è che le teorie sull’evoluzione della cooperazione rischiano di allontanarsi troppo dalla realtà senza una comprensione dei meccanismi biologici della stessa! Un lavoro recente (Madden & Clutton-Brock 2010) ha esaminato le cause prossime del comportamento cooperativo nelle manguste del Kalahari (Suricata suricatta), le quali vivono in gruppi sociali costituiti da una coppia dominante riproduttrice aiutata nella cura della prole da un certo numero di individui subordinati. In breve, i ricercatori hanno somministrato agli animali ossitocina, un ormone peptidico che agisce sul sistema nervoso centrale e che sembra modulare il comportamento cooperativo nell’uomo e nei roditori da laboratorio (Bales & Carter 2003; Zak et al. 2007). Gli animali trattati hanno mostrato, rispetto ai controlli, un incremento significativo nella frequenza di una serie di comportamenti cooperativi (es. scavare tane collettive, agire da sentinella, cercare cibo per i giovani e nutrirli) per i quali, sulla base dei modelli teorici, non ci si aspettava di trovare una base causale comune. Ad esempio, scavare una tana comune dovrebbe procurare un beneficio diretto anche al’animale che scava e pertanto “dovrebbe” essere sotto pressioni selettive diverse rispetto al comportamento apparentemente più altruistico di nutrire i piccoli della coppia dominante. In realtà, l’effetto dell’ossitocina nei suricati suggerisce che tali comportamenti sono fisiologicamente e funzionalmente connessi. Tale meccanismo ormonale può anche contribuire a spiegare l’ontogenesi delle differenze individuali nelle tendenze cooperative. Ad esempio, nel’uomo e nei roditori, la quantità di recettori per l’ossitocina (e quindi la sensibilità dell’individuo al’ormone) è sotto influenza genetica ma dipende anche dalla formazione di legami sociali in età precoce. Insomma, questi studi costituiscono un piccolo passo in avanti verso una maggiore comprensione delle basi biologiche della cooperazione, il che sembra fondamentale allo scopo di produrre spiegazioni realistiche della sua evoluzione.

Roberto Bonanni

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