Covariando

Da ormai qualche decina di anni, e ultimamente con pulsioni esponenziali, gli studi morfologici stanno passando da una fase preliminare e di primo contatto durata secoli a una fase propriamente analitica e sperimentale, che entra di fatto nella biologia strutturale e funzionale degli organismi. Integrazione morfologica e modularità hanno fatto da breccia in un contesto teorico incredibilmente denso, vasto, e promettente. Sicuramente questo è stato il risultato di una maturità concettuale, ma anche e forse soprattutto metodologica (statistica multivariata, computer e programmi, strumenti digitali e così via). I primi tentativi analitici in questo senso furono abbastanza anomali, almeno in termini epistemologici. Il cuore della questione è la correlazione tra gli elementi, la relazione tra le parti che sta dietro al fenotipo, il modello funzionale e strutturale che genera quella variabilità di fatto poi selezionata dal contesto evolutivo. In termini statistici, il cuore della questione è la matrice di covarianza. Ebbene, i primi che si misero seriamente a lavorare sulla matrice di covarianza, sebbene lavorassero sul solito cranio e sulle solite misure metriche di tutta la vita, chiamarono il tutto “genetica quantitativa”. Forse perché si vergognavano di dire che lavoravano con la solita morfometria, forse per approfittare di riviste con fattori di impatto maggiore, forse per brillare delle paiette delle discipline molecolari, o forse solo per poter accedere ai loro fondi ben più prosperosi. Di fatto, con la scusa che il fenotipo covaria come covaria il genotipo, questi si misero a misurare crani dicendo che in realtà misuravano geni. A parte questo scompenso della personalità, i contenuti teorici e l’apporto di queste prospettive sono stati fondamentali. L’analisi della struttura profonda della variazione anatomica e morfologica è oggi un campo incredibilmente specializzato sul piano concettuale e metodologico, e probabilmente arriveranno sorprese. Certo, bisogna andarci cauti, come sempre. Ancora adesso le potenzialità del metodo restituiscono risultati relativamente blandi a livello di informazioni utili. Le matrici di covarianza sono spesso tutte uguali e tutte diverse: a fronte di una omogeneità inverosimile tra gruppi zoologici incredibilmente lontani, ci sono poi subdole differenze tra gruppi affini che nonostante la loro minuzia sono invece importantissime. Queste analisi sono molto sensibili ai limiti statistici della numerosità campionaria, così come alle differenze geografiche (con variazioni inaspettate tra sottospecie o addirittura tra popolazioni). E ci sono ancora vaste zone d’ombra metodologiche, dove è facile perdersi trasformando la morfometria in cabala. In questa fase di fatto sembra esserci un fiorire di idee e di metodi, ma le applicazioni sono spesso ancora poco conclusive. Ma si sa, anche la scienza passa per linee di minima resistenza …

Emiliano Bruner

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