Muja

L’intrattenimento paga e rende più della scienza, e da quando la museologia se ne è accorta il problema s’è fatto abbastanza grave. Spesso il museo scientifico non è più luogo di conoscenza, ma di svago. La divulgazione è scopo secondario, e l’informazione è una patata bollente che va contenuta per non dissuadere il passeggiante della domenica, vero e proprio “cliente”. Il target prelibato non è un individuo in cerca di conoscenza, ma un genitore in cerca di uno svago temporaneo per il suo cucciolo, una distrazione amena che possa intrattenere il piccolo mentre il grande si riposa passeggiando tra le stranezze della wunderkammer. L’Asturia è “terra di dinosauri”, perlomeno giudicando dalle impronte scolpite qua e là nella roccia. Le dimensioni del Museo del Jurásico de Asturias (MUJA) sono notevoli, con tre grandi lobi che dall’esterno richiamano l’impronta teropode, e all’interno sono le tre grandi sale d’esposizione. Il tutto in una incantevole cornice di scogliera cantabrica, ahimè confusa dal contesto botanico integralmente dedito all’eucalipto. Dinosauri e museologia, una miscela terribilmente succulenta per vendere intrattenimento, soprattutto infantile, spacciandolo per scienza. Se ci mettiamo poi il motto “Divertiti, è un Museo!”, le previsioni sono delle peggiori. Beh, con una certa dose di soddisfazione e serenità la visita al Museo ti dimostra invece che una alternativa è possibile. Forse è una questione cronologica: il MUJA è stato costruito in una fase di passaggio, quando si stava cercando di dare al concetto di museologia una impronta nuova e dinamica, ma ancora non si era arrivati alla svendita mediatica che propongo oggi molte istituzioni museali. O forse è una semplice questione di gestione, sufficientemente professionale e sensata. Ci sono le sale giganti, le luci e le ombre, le ricostruzioni paleontologiche stupefacenti, e le risorse multimediali. Tutto l’ambaradan insomma pensato e ripensato per mantenere l’attenzione sufficientemente vispa. Ma ci sono anche i contenuti, chiari e ben identificati, e la gente esce da lì con informazioni che prima non aveva. Non potendo un museo presentare integralmente un intero settore scientifico invece di una sintesi (poco di tutto) si presenta un campionario (tutto di poco). Non c’è molta anatomia di dettaglio, ma ci sono le evidenze morfologiche degli adattamenti ecologici. Non c’è molta filogenesi, ma lo schema tassonomico di base dei dinosauri alla fine è chiarissimo. Non c’è molta storia, ma poi ci sono Mantell e Owen. E a parte quello che c’è, è importante quello che manca: tutte quelle sovrastrutture di intrattenimento che riempiono spazio, trasformano il tutto in un parco giochi, e fanno cassa. Poco più in là, sulla costa, la spiaggia della Griega, con giacimento icnologico di teropodi e sauropodi. Certo, bisogna metterci un bel po’ di fantasia nell’interpretare le forme irregolari degli scogli, e i visitatori si scambiano continuamente occhiate perplesse che confessano le “difficoltà tecniche” nel localizzare la zampata giurassica … Ma si da fede al professionista, che saprà del suo, e si riconosce che grazie al registro icnologico la regione ha creato una referenza culturale degna di nota. Si può ben dire che qui l’impronta … ha lasciato la traccia.

Emiliano Bruner

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