La natura a volte …

Sappiamo che il giudizio su uno studio o su una analisi è meglio lasciarlo ai tempi lunghi. L’ortodossia non ama le alternative, e il pubblico non sempre può capire dettagli e sfumature delle necessità analitiche e epistemologiche. Se ci mettiamo poi gli imprevisti delle applicazioni e delle conseguenze teoriche, spesso lenti nel venire, dobbiamo riconoscere che ci vuole cautela nel giudicare troppo alla svelta i risultati di una ricerca. Però come diceva Totó, “ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera”. Siamo alla ventunesima edizione dei Premi IgNobel, assegnati con tutti i crismi alle ricerche più inutili pubblicate all’ombra della scienza. La zoologia si becca un titolo d’eccezione, con un lavoro inebriante che finalmente dimostra che le tartarughe dai piedi rossi non si contagiano lo sbadiglio. Ora, anche se sembra strano, l’induzione allo sbadiglio può nascondere dettagli più che interessanti sul funzionamento dei sistemi cognitivi, cortocircuitando l’osservazione e la pratica e fornendo una interfaccia sperimentale a questioni neurobiologiche importanti come quelle associate per esempio ai neuroni specchio. Certo, da qui a montare un circo con un geochelone che ti guarda annoiato e (probabilmente) scettico,  forse ce ne passa. Dal punto di vista giornalistico l’attrattivo lo fa l’esperimento stesso, quasi in zona Has Fidanken. Ma anche sui dettagli teorici, ci si chiede se sia utile indagare certi meccanismi neurali come questi in una tartaruga, che ha una sua storia biologica e evolutiva abbastanza isolata e indipendente. L’articolo s’è anche meritato la copertina della rivista. Sarà contento l’Austrian Science Fund, che ha pagato questi risultati in euro. Però, come detto al principio, meglio lasciare ai posteri l’ardua sentenza. Non è comunque finita qui: un secondo premio è andato a una ricerca australiana su sesso e alcol: c’è il maschio di un buprestide che ogni tanto si disorienta, e fa il romantico con le bottiglie di birra.

Emiliano Bruner

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