Scienza occulta

Il tema del processo di pubblicazione scientifica è sempre al centro dell’attenzione, per i suoi insuccessi, per le sue contraddizioni teoriche e pratiche, e per i risultati disastrosi. La falla sta nella sua base concettuale, che si fonda su giudizi di valori decisivi in un mondo dove tali giudizi sono sensibili a fattori e parametri che poco hanno a che vedere con la scienza che si prefiggono di giudicare. Ma a parte il difetto intrinseco del processo di pubblicazione scientifica, c’è poi l’ambiente esterno, che mina definitivamente il progetto, con effetti devastanti: il commercio multinazionale delle case editoriali. Si parla di società con affari in ogni dove, amici in ogni quando, e interessi in ogni perché. Già il flusso di base è anomalo e paradossale: gli autori pubblicano gratis o addirittura pagando, i referee valutano i lavori gratis, e le riviste (società private) vendono il tutto a prezzo incontenibile. Ovvero, parliamo di un settore dove chi produce lo fa senza essere remunerato, e il venditore solo si appropria del prodotto, marcandolo col suo copyright e vendendolo come sua proprietà. Allucinante. Insensato. Ingiusto. La ricerca si paga due volte: all’atto del finanziamento, e a quello della pubblicazione. Fino a qualche tempo fa, in era tipografica, c’era la scusa delle “spese di produzione”, associate alla stampa cartacea delle riviste. Ma adesso è tutto pdf, e le spese sono risibili. Invece, e senza troppa vergogna, passando dal contesto tipografico a quello digitale, al crollo dei costi di gestione è seguito non si sa bene come l’incremento brutale dei prezzi di vendita. Già si conoscono i rischi di logoramento culturale quando trasformiamo l’autore in cliente. Ma il problema è ben più vasto, entrando nelle dinamiche economiche internazionali, con tutta la zella che questo generalmente comporta. Un gruppo editoriale come Elsevier per esempio gestisce un quarto delle pubblicazioni scientifiche internazionali, e si è vista coinvolta in problemi per violazione di mercato (obbligano economicamente ad acquistare “pacchetti” con decine di riviste di riempimento), pubblicazione di riviste “fasulle”, implicazioni con le case farmaceutiche, e implicazioni nell’industria degli armamenti (leggete questo articolo de “Il Post”: Gli scienziati si ribellano alle riviste scientifiche). Questi sono poi gli stessi che, dopo averti fatto pagare per prendersi i diritti del tuo lavoro e farci i soldi da reinvestire nelle multinazionali dei farmaci e nelle bombe a grappolo, ti montano la morale su Sope e Pipe degli zebbedei, sotto l’ala protettrice delle relazioni che hanno coi governi e con le istituzioni. E’ normale che uno poi si alteri, e gli venga voglia di pubblicare il risultato delle sue ricerche sul giornalino di quartiere. Fisici e matematici già si stanno organizzando per cercare alternative, ma è chiaro che qui la risposta dovrebbe essere globale, e senza compromessi. E si deve partire dalle istituzioni. Ad oggi la carta del ricatto è il valore commerciale della pubblicazione scientifica: per trovare un lavoro come ricercatore devi aver pubblicato sulle riviste di impatto. Bene, per rompere questa catena che corrompe la ricerca a livello sia teorico che pratico bisogna creare una alternativa a questa condizione fino ad ora necessaria alla carriera scientifica.

Emiliano Bruner

Advertisements