Sano come un ghepardo

La conservazione del ghepardo (Acinonyx jubatus) rappresenta da sempre una difficile sfida per gli zoologi. Studi genetici indicano che le popolazioni di questo felino sono caratterizzate da bassa variabilità genetica, probabilmente a seguito di un grave collo di bottiglia avvenuto alla fine dell’ultima era glaciale e di altri simili eventi più recenti (Menotti-Raymond & O’Brien 1993). Si è ipotizzato che proprio la ridotta variabilità genetica contribuirebbe a causare l’elevata mortalità infantile riscontrata in alcune popolazioni naturali di questa specie, e soprattutto nelle popolazioni tenute in cattività (O’Brien 1994; Brown et al. 1996). Inoltre, il basso numero di alleli nei loci genici del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC) spiegherebbe l’elevata suscettibilità alle malattie infettive registrata spesso negli zoo (O’Brien & Evermann 1988). Come è noto infatti, i geni MHC codificano glicoproteine della superficie cellulare che legano antigeni di origine virale e batterica, e svolgono un ruolo fondamentale nell’elicitare la risposta immunitaria. Pertanto è ragionevole supporre che ad una maggiore variabilità di MHC corrisponda un capacità di legare una maggiore varietà di peptidi virali e batterici. Comunque, recentemente alcuni ricercatori hanno iniziato a studiare la popolazione di ghepardi che vive nelle zone rurali della Namibia (paese che ospita circa il 20-30% dei 12000-15000 ghepardi Africani) ed hanno messo in dubbio questi assunti. In particolare, il tema della relazione tra variabilità genetica e suscettibilità alle malattie infettive è stato riesaminato considerando un campione più grande (149 animali) e tecniche molecolari ad alta risoluzione (analisi del polimorfismo conformazionale del singolo filamento, SSCP). I risultati indicano da un lato che la variabilità genetica dei ghepardi è più elevata di quanto riscontrato in passato, ma dall’altro confermano che essa è comunque minore rispetto a quella di altri felidi e mammiferi. Ad esempio, i ghepardi della Namibia centro-orientale possiedono 10 alleli nei loci MHC di classe I e 4 alleli nei loci di classe II-DRB, pochi in confronto ai 52 alleli di classe I del leone asiatico, o ai 61 alleli di classe II del gatto domestico, e ai 17 di classe II del lupo e del licaone (Castro-Prieto et al. 2011). Tuttavia, il punto è che ciò non sembra compromettere in modo rilevante l’immunocompetenza dei ghepardi dell’area, almeno a giudicare dal loro ottimo stato di salute: su 68 ghepardi selvatici esaminati, la percentuale di individui che presentavano anticorpi nel siero per i nove più importanti virus patogeni dei carnivori africani è risultata sempre inferiore al 5%; cosa ancor più importante è che nessun ghepardo selvatico presentava evidenze cliniche o patologiche di malattie infettive (Thalwitzer et al. 2010). Oltretutto, nell’area di studio, dove sono assenti predatori come leoni e iene maculate, neanche il successo riproduttivo sembra essere compromesso dalla ridotta variabilità genetica, dato che la percentuale di sopravvivenza dei giovani ghepardi raggiunge ben il 79%  all’età di 14 mesi (Wachter et al. 2011). Al contrario, in aree dell’Africa Orientale dove competitori come leoni e iene sono abbondanti, la percentuale di giovani ghepardi che sopravvivono fino alla stessa età può non superare il 20%! Pertanto è possibile che la bassa sopravvivenza giovanile di alcune popolazioni naturali di ghepardo sia dovuta più alla predazione sui cuccioli che alla loro limitata variabilità genetica. Inoltre, gli autori di questi lavori ipotizzano che sia lo scarso successo riproduttivo, e sia l’elevata suscettibilità alle malattie infettive comunemente registrati negli zoo possano essere attribuiti rispettivamente ad una gestione non appropriata (es. riproduzione ritardata in cattività), e allo stress della cattività che indebolirebbe le difese immunitarie degli animali. Nel complesso, questi studi suggeriscono che la relazione tra diversità genetica, immunocompetenza e successo riproduttivo sia più complessa di quanto tradizionalmente supposto da alcuni biologi della conservazione, e soprattutto incoraggiano ulteriori sforzi per la conservazione di questo felino.

Roberto Bonanni

Advertisements