Babele

La biblioteca di Babele di Borges conteneva tutti i libri che potevano essere scritti. Come utente sarebbe interessante, ma come bibliotecario sarebbe un inferno. Da quando la morfologia e l’anatomia lavorano in silico, riproducendo forme e relazioni con metodi digitali, gli archivi hanno subito allo stesso tempo un incremento esplosivo delle loro dimensioni e un cambio radicale di necessità di gestione. I laboratori si convertono in piccoli spazi museali dove decine di terabyte aprono le porte di collezioni sterminate. Ci sono le collezioni originali generate dal gruppo di lavoro del laboratorio, quelle delle collaborazioni esterne, quelle trovate in rete, quelle comprate ad altri istituti, e perché no quelle piratate in congressi e simposi con meccanismi di baratto simili a quelli delle figurine. Come ordinare questa massa, enorme e eterogenea? I formati sono molti, troppi, e le caratteristiche tecniche spesso contraddittorie o incompatibili. Il tutto in constante divenire, un divenire che mette a rischio archivi non costantemente aggiornati e revisionati. A livello operativo il primo problema è l’archiviazione fisica. L’informazione si ammontona tra dischi duri, laptop, torri, e centraline di memoria, con tentativi di back-up che moltiplicano i bytes all’impazzata. Il secondo problema è l’archiviazione formale, ovvero la catalogazione, alla ricerca di sigle o criteri che ottimizzino la nomenclatura nella massa amorfa delle memorie. Il terzo problema è l’archiviazione sistemistica, la ricerca di un ordine gerarchico e dicotomico che possa facilitare l’accesso agli archivi seguendo un criterio logico. I nomi delle collezioni, dei curatori, delle tassonomie, o del tipo di dato, si  litigano l’ordine gerarchico offrendo alternative ognuna coi suoi vantaggi e svantaggi. Infine c’è il problema della proprietà del dato, che a sua volta si frammenta nei diritti supposti o reali dei responsabili dei reperti, dei responsabili delle scansioni digitali, e dei responsabili delle acquisizioni per gli archivi. Evidentemente tutto questo richiede gestione e consapevolezza. Magari formazione. Evidentemente tutto questo richiederebbe anche professionalità specifiche nei centri di ricerca dedicate a questa nuova forma di archiviazione dei dati biologici. C’è poi il tema della influenza di questo nuovo tipo di mercato sulle relazioni accademiche internazionali, e sull’etica della gestione delle risorse digitali. In questa ultima decade abbiamo già visto che il risultato può essere eccellente o meschino, estremamente funzionale o totalmente inutile, definito e professionale o approssimativo e inguacchiato. Ma questa è un’altra storia.

Emiliano Bruner

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