Tassonomia compulsiva

Ogni tanto si torna sul concetto di specie. Primo perchè fa bene, è una buona palestra dialettica. Secondo perché tanto, dalla volta precedente, poco o nulla sarà cambiato. Ognuno avrà le stesse idee e le stesse critiche, ma qualche nuova generazione di studenti sta aspettando di essere iniziata ai temi sacri, e l’occasione per scrivere una review non si rifiuta mai. American Journal of Primatology sta pubblicando un commento di Colin Groves sull’argomento. Groves è uno dei più noti tassonomi dei mammiferi (sopratutto dei primati), e ha pubblicato decadi di articoli e note su questo tema, sempre difendendo la necessaria instabilità della tassonomia, suscettibile di cambi repentini soprattutto su base molecolare, e soprattutto per finalità di conservazione. Tutto sacrosanto, anche se forse immerso in certezze e assolutismi che non sempre tornano utili al momento di far scienza. Di fatto sappiamo bene che teoria e pratica nel concetto di specie cozzano frequentemente, con i formalismi dell’una che non sempre si rivelano buoni strumenti per le necessità dell’altra. Non dimentichiamo infatti che, supponendo che la scienza debba evitare di pensare in verità assolute, la tassonomia deve essere non il fine, ma il mezzo. Di fatto, sullo stesso numero della rivista troviamo anche un commento di Alfred Rosenberger, specialista di platirrine, sull’incubo dell’abuso stressante e incessante delle variazioni nomenclaturali. Contro la osteggiata irrequietezza tassonomica di Groves, Rosenberger chiede pietà, supplicando un pó di stabilità in nome di una efficiente comunicazione intra e intergenerazionale, che sarebbe poi il fine ultimo della tassonomia. L’inondazione nomenclaturale degli ultimi anni mette anche alla prova le capacità mnemoniche dei poveri zoologi, che alla fine tra tante e tali alternative disponibili vanno quasi un pó a casaccio, cercando di tenersi aggiornati su regole e nomi decisi spesso a tavolino nei laboratori molecolari o nei contesti legislativi della conservazione della natura. Questo sminuzzare e revisionare continuamente la tassonomia da un lato rivela i dubbi e le incertezze tipiche e sensate della zoologia, ma anche forse una mancanza di chiarezza negli scopi. Evidentemente anche forse scopi diversi, che generano un trambusto poco rassicurante a noi “utenti” del concetto di specie. Senza considerare poi anche la necessità molto diffusa e un pó ansiogena da parte di molti ricercatori di dover scoprire e dar nome a nuovi gruppi zoologici, con gli evoluzionisti che spesso cadono nel peccato originario di volersi sentire creatori.

Emiliano Bruner

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