Varie variazioni di variabilità

Ernst Haeckel - CyrtoideaI termini variabilità e variazione sono in genere usati come sinonimi. Utilizzare queste due parole senza distinzione alcuna non è di fatto un errore, nel linguaggio colloquiale come in quello scientifico. In biologia però le “differenze” sono importanti, e quindi spesso la terminologia si fa più dettagliata, al momento di chiarire differenze nei “tipi di differenza”. Ad un livello un poco più tecnico, spesso si usa “variabilità” per definire la distribuzione di un fenotipo, di un taxon o di una classe particolare di organismi. Il termine “variazione” si riferisce invece alla distribuzione di una specifica variabile, o di un qualunque valore quantificato e misurabile. Insomma, “variabilità” è più un termine biologico, mentre “variazione” ha una accezione più statistica. Negli anni ‘90 la morfometria entra nell’era della statistica multivariata e dei modelli geometrici, rompendo una barriera computazionale che finalmente gli permette di entrare a livello analitico in concetti quali l’integrazione morfologica, la modularità, o l’eterocronia. L’analisi della forma si fa disciplina complessa e autonoma, e il morfometrista si converte in uno specialista che a quel punto esamina termini e concetti con un maggior livello di dissezione. Gunter Wagner, un viennese classe 1954 presso la Yale University, è un pioniere delle teorie strutturali su pleiotropia e integrazione. In un articolo del 1996 con Lee Alternberg, propone una ulteriore specializzazione dei termini variabilità e variazione. In particolare, suggerisce di riferirsi a “variazione” come l’effettivo grado di diversità osservata in un gruppo, e a “variabilità” come la capacità di poter variare, ovvero la potenzialità di cambiare la distribuzione del suo fenotipo. Ovvero, la variazione come diversità reale, la variabilità come diversità potenziale. Tutto questo ovviamente si mischia, con definizioni sfuggenti e relazioni poco chiare ma interessantissime, con i temi della plasticità fenotipica. Tra tutti i livelli di interesse di questo tema ne citiamo uno: il fatto che la selezione possa agire sulla variazione (come da prospettiva tradizionale) ma anche sui livelli di variabilità (sulla capacità di variare, la sensibilità di un genotipo di poter prendere altre strade). Di qui a una serie di proiezioni intricate e intriganti che vanno dalle relazioni genotipo-fenotipo alle traiettorie evolutive di minima resistenza. Quando i termini di fanno specialistici possono fornire grandi prospettive concettuali, ma anche creare confusione se i limiti dell’interpretazione non sono chiari o comunque non riconosciuti da tutti. Le specializzazioni terminologiche sono ottimi strumenti cognitivi, ma bisogna stare attenti a non essere troppo severi, per non rischiare di incartarsi in vicoli ciechi o in contraddizioni troppo strette nella costruzione logica di un concetto. Resta infine il problema di passare dalla teoria alla pratica. Da un lato ci sono questioni statistiche e di metodo abbastanza spinose e stimolanti. Dall’altro le difficoltà nel definire esattamente il concetto di variabilità non aiutano al momento di cercare una quantificazione univoca utile ad entrare in un contesto analitico ben definito. Di certo, differenziare tra l’effettiva variabilità biologica e quella potenziale non viene male, a livello biologico e biostatistico. Senza contare che ad oggi anche il termine diversità va usato con cautela, nel contesto sia sociale che evolutivo. Ma questa è un’altra storia.

Emiliano Bruner

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