Stress cronico: non necessariamente negativo

Stress-image-150x150Evidenze sperimentali in varie specie di vertebrati dimostrano che le risposte fisiologiche a periodi di stress nel breve termine, come esposizione a predatori o mancanza di cibo, sono essenziali per massimizzare le chance di sopravvivenza individuali. Quando questi periodi di stress pero’ diventano cronici, prolungati nel tempo, le risposte fisiologiche possono portare a conseguenze negative, come ad esempio depressione delle risposte immunitarie e perturbazione dell’equilibrio cellulare omeostatico. Quindi periodi di stress cronico sono spesso associati con inibizione dell’attivita’ riproduttiva e aumento del rischio malattie. Eppure questa idea, diffusa specialmente nella ricerca biomedica, non sembra convincente quando comparata con alcuni sistemi ecologici ben studiati. Ad esempio, nella lepre delle nevi l’esposizione prolungata ad elevato rischio di predazione non porta ad un aumento di patologie e gli individui sono perfettamente in grado di rispondere adeguatamente ad agenti stressanti acuti. Come fanno alcune popolazioni di vertebrati a superare questi prolungati periodi di stress senza subire conseguenze drammatiche in termini di fitness? Un fattore spesso sorvolato dai biologi e’ il grado e intensita’ dell’agente stressante. Uno studio recente nel passeriforme diamantino ha dimostrato che l’esposizione presseocche’ costante ad un agente stressante durante la vita adulta, che consisteva nell’assenza di cibo in modo random per il 35% delle ore di luce 4 giorni su 7 durante la settimana, ha aumentato la probabilita’ di sopravvivenza negli animali trattati rispetto ai controlli. E’ importante sottolineare che questo tipo di trattamento ha prodotto un effetto minimo sulla massa degli individui trattati, che erano di poco (3%) piu’ leggeri rispetto ai controlli. Tale effetto fa escludere l’induzione a restrizione calorica che produce generalmente marcati declini di massa corporea. Sembrano invece di maggiore rilevanza i risultati osservati a livello delle risposte fisiologiche all’agente stressante. Gli individui trattati mostravano maggiore produzione endogena di corticosterone (principale ormone dello stress negli uccelli) rispetto ai controlli alla fine degli episodi stressanti ed e’ interessante notare che le concentrazioni ormonali non erano comparabili con i livelli raggiunti da questa specie quando esposti a stress acuti, come cattura e restrizione in spazi limitati. Per cui sembra che il tipo di agente stressante imposto agli uccelli fosse di piccola, media intensita’ e potrebbe aver attivato risposte ormetiche permissive, tramite l’azione degli ormoni dello stress, che hanno in qualche modo massimizzato la sopravvivenza degli individui. La sopravvivenza e’ solo una componente della fitness dell’individuo. Futuri studi sugli effetti del trattmento sul sistema riproduttivo saranno essenziali per comprendere il possibile ruolo adattivo dell’esposizione cronica a periodi di stress nei vertebrati.

Valeria Marasco

Annunci