Zoologia, 2010

Una intervista a Roberto Argano

Le specializzazioni settoriali e la frammentazione amministrativa rendono a volte sfumato il concetto di “Zoologia”. Certamente il panorama è molto cambiato negli ultimi trenta anni, e come sempre la direzione dei cambiamento storici è abbastanza difficile da percepire a corto raggio. Roberto Argano ha vissuto in prima persona la transizione da una zoologia generale a una zoologia particolare, come docente e come ricercatore, e ha quindi una percezione di questa trasformazione più completa e tangibile di chi questo treno l’ha preso già in corsa. Lasciamo a questa sua intervista il compito di rappresentare una sorta di prefazione al contesto della zoologia italiana, un punto di partenza e di sintesi, su cui magari iniziare a ragionare.

Cosa vuol dire oggi “zoologia”, in termini culturali e in termini amministrativi?

Anticipiamo il fatto che io vengo da molto lontano, tanto che sto uscendo gradatamente e serenamente (stante l’inappetibile polpettone dell’Università che viviamo) dal mondo accademico per raggiunti limiti d’età, per esprimermi con il legislatore. Vengo, immagino come tutti i biologi miei coetanei, da un corso di laurea in Biologia in cui mancava un corso di genetica, di ecologia, di biologia molecolare. L’essenza di queste discipline (biologia molecolare era assolutamente agli albori, un breve capitolo della biochimica) per me studente erano comprese in un pastrocchione di corso che si chiamava Biologia Generale. Vengo da un Corso di Laurea in Biologia in cui la disciplina “Zoologia” come anche, per bieca simmetria, “Botanica”, era trattata in un corso che durava due interi anni accademici con un unico esame finale, una vera bastonata. Va precisato che non ci si aspettava una progressiva maturazione culturale dello studente: il corso era unico, quindi in aula c’erano studenti che avevano preso contatto con la zoologia all’inizio, l’anno precedente, con le inevitabili citazioni sull’importanza della materia e l’introduzione ai protozoi, e, insieme, studenti neoiscritti che iniziavano quando il programma delle lezioni era già vecchio di un anno, già trattava, per dare un’idea, dei molluschi. Per essere più chiari non ci si aspettava che gli studenti che avevano sulle spalle un anno di corso disponessero di un vocabolario, di concetti, di una visione d’insieme, diversi da quelli delle matricole. Era sostanzialmente un insegnamento senza qualità, solo quantitativo. Questa mancanza di percezione della zoologia come momento di maturazione culturale, come tassello rilevante dell’interpretazione complessiva del mondo, ha contribuito a ghettizzare la disciplina, non solo nella visione generica del solito “uomo della strada”, ma all’interno delle stesso universo dei biologi e, per assurdo, all’interno, a volte, dello stesso gruppo di docenti universitari che tenevano corsi di zoologia. La zoologia non era che la classificazione degli animali, un noioso e insulso esercizio.
All’epoca di questo mio inizio di formazione mi trovavo nella inevitabile, per motivi anagrafici, fase rivoluzionaria della mia ontogenesi. Quello che ho descritto è stato il punto di partenza da cui ho cercato di allontanarmi il più possibile in tutti questi anni. Tanto per dire, già alla fine della seconda lezione, ancora oggi, dopo le opportune spiegazioni, ho l’abitudine di dire una frase del tipo “queste forme bentoniche sessili di ambiente astatico hanno, nel loro ciclo, una inevitabile fase criptobiotica”, per dare subito un’idea, con la classica presunzione gratuita del docente, che uno zoologo ha una sua lingua esclusiva e che per superare un esame di zoologia non serve avere una memoria di ferro, ma aver acquisito un linguaggio particolare, lo zoologichese, e disporre di concetti propri di una specifica cultura biologica. Basta un aggettivo sbagliato per guidarmi verso i punti di ignoranza dell’esaminando. Alla fine del corso ipotizzo, ma resta pura fantasia, che il giovane, oltre ad aver rinnovato gran parte delle sue cellule somatiche, possa guardare il mondo vivente, e le sue stesse personali prospettive culturali, in modo del tutto diverso.

Che vuol dire oggi zoologia? Rimanendo all’aspetto formativo, dirò una banalità: la zoologia, come tutte le discipline di qualsiasi settore del mondo della cultura, è una disciplina di sintesi, assorbe, si gonfia, cresce e si modifica grazie a tutto quello che succede continuamente di nuovo, senza mai un momento di tregua. Freud, Marx, Darwin, Monet, Mendeleev, Tolstoj diedero a tutta la cultura della seconda metà dell’800, e quindi alla zoologia, un gran pugno modificandone i connotati. Modificando i connotati della visione del mondo. Limitatamente, però, ad una élite intellettuale in grado, soprattutto per nascita, di vivere il proprio secolo. In quest’ottica, la zoologia che ho conosciuto agli inizi rientrava ancora in un contesto di università elitaria, la famosa torre d’avorio al di sopra dei giudizi. Ma, proprio in quegli anni, l’università cominciava a prendere parte all’universale esigenza di riscatto, a diventare pensata per la gente, si diceva “di massa”. Il che probabilmente mi ha permesso di avere un mio spazio. C’era l’esigenza, in tutti, non solo in un settore della società, di allontanarsi dall’evento più drammatico della storia dell’uomo, la seconda Grande Guerra, di riscoprirsi al centro di un mondo nuovo. E’ stato un periodo molto bello, ricchissimo di grandi porte che si spalancavano su luminose prospettive.
In questi giorni c’è una pubblicità, tutto intorno alla città universitaria, di una Università Informatica, lodata dal premier, che ha come motto “sapere per vincere”. Cultura? Il nuovo millennio sembra l’inizio di un “medioevo prossimo venturo”, per citare uno scrittore di fantascienza. Nel periodo che ho vissuto si diceva sapere per vivere, tutti ne hanno diritto. Sapere per vincere è invece la ricerca di una strategia contro, contro tutto. Non mi pare una gran prospettiva questa nuova visione del mondo che poggia sulla competizione come fine a se stessa, sulla paura di non farcela, sull’uso spesso acritico di una eccessiva tecnologia, su una dinamicità che poco ha a che fare con il nostro essere organismi, e quindi legati a tempi biologici.

Quando e come è cominciato un cambiamento specialistico decisivo nel panorama zoologico?

Avendo avuto la fortuna di vivere proprio nel periodo in cui si spalancavano le grandi porte sulle luminose prospettive di cui sopra, ho avuto modo di partecipare il tempo di mezzo. Ho vissuto l’esperienza ottocentesca della scoperta sul campo, frugando nelle viscere della terra o nell’intrico delle foreste, nell’accecante vastità dei deserti o nella cieca oscurità dei fondali marini, disponendo però di strumenti che, benché ancora nuovissimi, davano risposte sempre più rassicuranti sul perché del dove, del quando, del come. La tettonica a zolle chiariva il dove degli animali, si immaginavano, senza sforzo di fantasia perchè si poggiava su dati solidi, le grandi zattere continentali che vagavano con i loro equipaggi biologici o si frammentavano, creando nuovi itinerari per il fluire della storia della vita. La messa a punto di tecniche biochimiche sempre più abbordabili anche per un non biochimico, cominciavano a tracciare nuovi e più precisi limiti del concetto di specie, dei rapporti filogenetici, dei tempi di accumulo della variabilità genetica. Eppoi, inesorabile, il computer, con algoritmi sempre più potenti, in grado di tentare l’impossibile, di svelare tutte le potenziali correlazioni che esistono tra i numeri, di trasformare in numeri confrontabili quelle che in passato erano convinzioni basate su impressioni. Tutte queste cose insieme sono entrate nel modo di intendere di uno zoologo come in quelo di gran parte dei biologi.

Cosa si è perso di importante nel passaggio, e quali sono stati invece i vantaggi?

Non so se il piacere di capire si sia perso nel passaggio o sia frutto di un più generale atteggiamento della nostra epoca più recente, ma è quello che secondo me, almeno in parte, si è perso. Mi pare ci sia molta più gente che “pubblica bene”, indipendentemente dal fatto che consideri quello che ha scritto di un qualche interesse per sé (a parte i suoi problemi di carriera) e per gli altri. Tolti questi casi, che ho l’impressione siano diventati più numerosi che in passato, non si è perso niente, il rischio c’è, ma non siamo ancora sull’orlo del baratro.
La zoologia, come cita un aggiornamento dell’Enciclopedia Treccani (autocitazione), studia la dinamica della diversità animale.  Diversità che va conosciuta, è alla base del sapere. Non c’è disciplina, dalla storia dell’arte al gossip, che non faccia capo ad una serie di informazioni di base (organizzate in capitoli di libro, rubriche di giornale, settori programmatici, in una qualsiasi struttura classificatoria) su cui poggia il logos, la discussione, lo studio. La zoologia ha la diversità. Il livello di conoscenza della diversità dovrebbe andare da un’idea sui piani organizzativi dei principali modelli animali di cui dovrebbe disporre il cosiddetto uomo della strada (dall’artigiano all’intellettuale), alla spettacolare monografia dei Tachinidi italiani (una famiglia di Insetti Ditteri) che Pierfilippo Cerretti, entomologo di lusso, ha prodotto in questi giorni. Quello che dovrebbe accomunare questi due limiti estremi di conoscenza della diversità, la conoscenza elementare e l’alto grado di specializzazione, è il concetto di dinamica, dinamica della diversità, il logos della disciplina che la qualifica culturalmente. Dinamica adattativa quotidiana, negli infiniti contesti ambientali in cui si realizza, e dinamica nel tempo, evoluzione. In un passato non lontano l’Italia si trovava ad un ottimo livello internazionale come numero e qualità di specialisti in sistematica. Strutture importanti, come, ad esempio, la Stazione Zoologica di Napoli per la zoologia del mare, quella di Pallanza per le acque dolci, le varie sedi del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dell’Enea, delle Università, erano la culla del logos dove, sia a livello squisitamente teorico sperimentale, sia a livello strettamente applicativo, questo alieno mentale, il sapere, viveva e si alimentava di idee e di fatti. Poi c’è stato una specie di silenzioso bombardamento, tutto ciò si è perso, la tecnologia commerciale è diventata l’unica stella su cui fa rotta  l’intelligenza umana, il sotterraneo “ma a che serve” dei poveri di spirito di una volta è diventato un’impellente esigenza di risposta di una società annoiata e spaventata. Si è perso il piacere di capire. Ma ancora si lavora e si può fare molto, la tecnologia aiuta moltissimo, le nuove idee da cui è cominciato il cambiamento, di cui si parlava prima, sono diventate quotidiano, personalmente faccio fatica a partecipare la potenzialità della biologia, e quindi della zoologia, contemporanea. C’è ancora gente meravigliosa, qualcuno abbacinato dal miracolo del volo di una mosca e in grado di farne scienza. Ma c’è molta più gente che non si è avvicinata, o che si è allontanata, che scivola via dalle cose del sapere, il che restringe fortemente il vivaio da cui far sviluppare gli Uomini di domani. E’ una moltitudine silenziosa, perché non c’è più, un’assenza che pesa, pesa molto e la macchina della civiltà stenta a proseguire.

La frammentazione che stanno vivendo i dipartimenti delle università italiane è spesso basata più su principi logistici e economici che non su affinità culturali. Questo puó ostacolare lo sviluppo della cultura accademica o è solo un cambiamento organizzativo che non necessariamente influirà sulla qualità della docenza e della ricerca, specificatamente in zoologia?

Viviamo da anni nell’incertezza di una crisi perenne. Negli ultimi venti anni c’è stato uno stillicidio continuo di cambiamenti strutturali e amministrativi dell’università che non riescono a dare nessuna certezza prospettica. I vecchi Istituti in cui siamo nati si sono fusi in Dipartimenti, non sempre in maniera sensata, e ora, col dimezzarsi delle forze in campo, del numero dei docenti (e delle competenze), si sono ulteriormete fusi in strutture più grandi ma, nel complesso, mostruosamente più povere che in passato. Oggi abbiamo un  corso di laurea in Biologia che dura cinque anni invece di quattro. I primi tre vengono pensati, dai docenti e, soprattutto, dagli studenti, in modo sempre meno qualificato. Gli studenti potranno ripulire i loro voti bassi presi nel triennio, che dovrebbe essere quello formativo, con una laurea breve, dalla quale escono in genere con medie basse che non avranno nessun peso nel curriculum successivo, quello che conterà nel loro curriculum. Poi, molto più pomposamente, avranno almeno un centodieci garantito nella Laurea Magistrale in due anni di cosiddetta specializzazione. La zoologia viene insegnata non più in due anni di corso ma, nel migliore dei casi, in tre mesi, per far spazio, giustamente (ma l’anno in più a che serve?), alle altre discipline che nel mio lontano passano vagivano all’interno in un corso di “Biologia Generale”, come ho detto prima. Prendere diciotto in zoologia oggi non è più un problema, non “fa media” che per l’inutile diplomino triennale che sarà presto dimenticato. Il docente ha un pubblico demotivato sia da questi artifizi amministrativi che da un generale e generico disinteresse per il sapere. E allora si, decade la qualità dell’insegnamento, quel poco che il docente ricorda dei suoi studi degli anni precedenti comincia diventare più che sufficiente per portare avanti un corso del triennio. Sono del partito (unico iscritto) di tornare ai quattro anni con una solida tesi finale, il che darebbe il vantaggio, forse, di tornare agli allori di una discreta università del passato e, comunque, per lo studente, di uscire finalmente dal lungo tunnel della scuola con un anno di anticipo. Le specializzazioni professionali possono venire dopo, decisamente orientate sulle prospettive reali di lavoro, se ce ne saranno.

Quali sono ora in Italia i temi più studiati in zoologia, e quali invece quelli che promettono per il futuro?

Trovo particolarmente promettente questa ipotesi del bar code, la possibilità di poter realizzare una immensa scansione della diversità animale del pianeta utilizzando un unico metro di confronto, un’unica frazione di DNA, la stessa per “tutte le specie conosciute”. La tecnologia sempre più “kittizzata” e abbordabile economicamente consentirebbe al tassonomo di un non lontano futuro la diagnosi sicura dell’esemplare che sta studiando, indipendentemente dalle sue caratteristiche morfologiche o dal phylum di appartenenza. Genere e specie. Potremmo disegnare un nuovo Systema Naturae, un albero darwiniano tenuto assieme da rapporti filogenetici che tengono bene, avremmo un’idea meno nebulosa della consistenza della biodiversità, saremmo in grado di realizzare programmi di gestione ai limiti del buon senso, conoscere i flussi di energia all’interno delle biocenosi, fornire agli operatori che si occupano di monitoraggio biologico uno strumento di analisi che richiede scarsa competenza promettendo dati certi. E non parliamo dei vantaggi per le applicazioni (parassitologiche, veterinarie, agrarie…). L’interesse non sta, ovviamente, nell’approccio biochimico di moda: la tecnologia biomolecolare che serve è di ben modesto livello, estremamente ripetitiva. L’interesse sta nella potenziale resurrezione della zoologia classica, quella “antica” che descrive le specie e contemporaneamente “moderna” che ne stabilisce i rapporti filogenetici. Per avere la garanzia che un determinato singolo codice sia relativo a quella e non ad altra specie c’è bisogno di uno specialista che conosca perfettamente il taxon di cui si sta parlando, che sia in grado di disporre dei tipi, o neotipi, o topotipi,  come punto di riferimento di assoluta garanzia per quella determinata, singola specie. Potremmo dare un senso, purtroppo più drammatico perché meno giornalistico e quindi reale, al numero di specie che si estinguono progressivamente con il dilagare dell’antropite, la grande patologia planetaria. Oggi? Oggi si fa di tutto, molti ricercatori bravi, moltissimi che se ne vanno, pochi che entrano. Qualsiasi tematica mi venga in mente ha un nome e cognome, raramente un gruppo, una scuola. Significa che le persone che si occupano dello studio del regno animale sono sempre più poche.

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